sabato 19 maggio 2018

I mille baci di Lesbia e Catullo

Catullo, carmen V


Viviamo, mïa Lesbia, e amiamo,
e i mormorii dei vecchi un po’ severi
valutiamoli tutti un solo asse.
Il sole può cadere e ritornare;
a noi se cade questa breve luce
tocca dormire una perpetua notte.
Dammi tu mille baci, quindi cento,
quindi altri mille, quindi ancora cento,
quindi ancora altri mille, ancora cento.
Quando molte migliaia ne faremo,
li mischieremo, sì che non sappiamo,
o non faccia il malocchio un invidioso,
se sa la quantità dei nostri baci.



Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.


La prima domanda che sorge è sempre questa (almeno a me sorse quando, al Minghetti, lessi per la prima volta i carmi catulliani): ma proprio Lesbia doveva chiamare la sua donna amata Catullo? Già, perché oggi noi pensiamo a tutt'altro, che poi chissà se fosse vero. Voglio dire: gli studi dimostrano che Saffo avesse una sua scuola in cui educava le giovani nobili alla vita adulta in preparazione del matrimonio. Il resto temo siano solo illazioni e comunque non è che siano molto interessanti, almeno per me. Ma torniamo al nostro poeta veronese, a Catullo, che soprannomina la sua ragazza (oh, la chiama «puella», e come si deve dire se non ragazza?) Lesbia. Ecco, per tornare al punto da cui ero partito, Catullo era costretto a farlo dalla convenzione retorica, che prevedeva di chiamare le amate non con il loro nome, bensì con uno pseudonimo isoprosodico (Lesbia, una sillaba lunga e due brevi, vale prosodicamente Clodia, anch'essa sequenza di una sillaba lunga e due brevi: in tal modo, magari nell'intimità, il nome vero veniva ripristinato. Poi, chiamare Clodia con l'aggettivo "lesbia", ossia di Lesbo, significava attribuire a Clodia tutte le caratteristiche mirabili di Saffo: bellezza, capacità di cantare, ballare e poetare, oltre che di fare l'amore... insomma, era la riproposizione di Saffo a Roma e Saffo era definita la decima musa. Di Lesbia si sa parecchio, anche perché era un personaggio di un certo livello nella Roma del I secolo a.C. Non so, tanto per dirne una, il sommo Cicerone la descrive nell'orazione in difesa di Celio, che era stato di lei amante... oh, diciamolo, mica solo a Catullo piaceva Clodia, il cui soprannome era Pulchra (ossia "bella"). Ecco, la storia con il poeta veronese si era esaurita in fretta e lei, donna emancipata, non ci aveva messo molto a trovare altri amanti, tra cui Celio. Cicerone, dicevo prima, ne dà una descrizione al vetriolo, anche se pare subirne tutto il fascino. Oh, e come dargli torto se, a distanza di più di duemila anni, ne parliamo ancora con ammirazione? E il povero Catullo? chissà, forse le aveva chiesto troppi baci... a questo mirabile carme si è ispirato Jacques Prévert, quando scrive "I ragazzi che si amano":

I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.


Les enfants qui s’aiment
Les enfants qui s’aiment s’embrassent debout
Contre les portes de la nuit
Et les passants qui passent les désignent du doigt
Mais les enfants qui s’aiment
Ne sont là pour personne
Et c’est seulement leur ombre
Qui tremble dans la nuit
Excitant la rage des passants
Leur rage leur mépris leurs rires et leur envie
Les enfants qui s’aiment ne sont là pour personne
Ils sont ailleurs bien plus loin que la nuit
Bien plus haut que le jour
Dans l’éblouissante clarté de leur premier amour.


Copyright (C) Federico Cinti
Immagine: Eros e Psiche; Museo Archeologico Nazionale di Napoli (inv. 9195); affresco da Pompei, Casa di Terenzio Neo (VII, 2, 6, esedra g opp. tablinum 10, esedra b). IV stile (45-79 d.C.), Wikipedia.

Nessun commento:

Posta un commento